spectacle disponible en langue française
Elaborazione drammaturgica basata su
Hamlet di William Shakespeare
con contributi da Laforgue, Moscato, Pasi
PRODUZIONE 2009
con
Agla Germanà – Ofelia
Davide Giglio – Hamm-Let
Giorgia Cerruti – Gertrude
ELABORAZIONE TESTO e REGIA
Giorgia Cerruti
MUSICHE
Nyman, Armstrong, Morin, Transiberian Orchestra, Portishead, Rita Pavone,
Mia Martini
REALIZZAZIONE SCENOGRAFIA E COSTUMI
Claudia Martore, Alessandro Di Blasi – Atelier PCM
LUCI
Riccardo Polignieri
SUONO
G.u.p.
IDEAZIONE GRAFICA
Fabio Sgorlon
FOTO DI SCENA E VIDEO
Alessandro Mattiolo
Spettacolo realizzato con il sostegno del Sistema Teatro Torino
Scheda tecnica dello spettacolo.
Da tempo la PCM sentiva la necessità di lavorare sul mondo di Amleto per indagarne due aspetti precisi: da un lato - quello più strettamente tecnico – c’era l’urgenza di misurarsi con il verso shakespeariano, cercando di capire come 'dirlo' in scena rispettandone la metrica e la musicalità e attraversando la lingua inglese per poi tornare al nostro italiano. Una ricerca tesa a veicolare la plasticità, l’intelligibilità e la potenza evocativa dei versi del drammaturgo con una modalità che potesse gettare un ponte tra l’antico e la nostra contemporaneità così inquieta e poetica. Dall’altro lato l’interesse per Shakespeare si è focalizzato sulla storia personale di Hamlet che si insinua tra le più trionfali vicende del regno di Danimarca. L’uomo Hamlet e il sentimento dell’Amore quando oscilla tra le pulsazioni dell’innamoramento e il vizio della possessione. Hamm-Let/Studio sulla Voracità diventa così uno spettacolo sull’Amore quando l’Amore è cortese, spietato, vorace, quando è agli inizi e sembra per tutta la vita ma poi un tradimento arriva a negarne l’esistenza, quando l’Amore diventa sfrenata ed incestuosa lussuria, quando si ride d’amore e ci si sente immortali, quando Amleto è il frutto della Donna e dalla donna è divorato, quando non si dovrebbe mai parlare d’amore perché le parole tradiscono e l’intelletto cristallizza il nostro umano sentire in maniera ineluttabile.
Partendo dall’inesauribile capolavoro di Shakespeare e attraversando il linguaggio cruento di Müller, Hamm-Let/Studio sulla Voracità racconta di Amleto-Gertrude-Ofelia, tre nature che per amore si annullano a vicenda eliminando il proprio doppio, quella parte malagevole di sé che ha contagiato l’altro e che ora si ritorce sui protagonisti come una macchina infernale che divora i rapporti tra una madre ed un figlio e tra due amanti. La ricerca su Hamlet ci ha mostrato - dietro alla tragedia di vendetta - un nodo non risolto nell’animo di Amleto rispetto alla femmina da lui ingigantita quasi a divenirne il fantoccio e immediatamente negata sino a causarne la morte. Solo così Amleto 'digerisce' la donna e può finalmente morire da intellettuale, dando voce e nome al silenzio che lo ricopre. Il lavoro nelle prove è devoto alla parola e cerca le possibilità per contenere il verso shakespeariano e allo stesso tempo cogliere una modalità estetizzante che avvolga il freddo testo di Müller. Sono dunque le parole a plasmare i volti e i corpi degli attori, a governarli secondo la loro musica, a renderli poetici. E la partitura musicale può diventare un’ossessione elettronica che informa l’agire degli attori in scena oppure un’aria straziante che accompagna Ofelia verso l’acqua o ancora Gertrude che - bulimica – consuma il suo lauto pranzo sul corpo senza vita di Hamm-Let sulle note di Mia Martini. Le suggestioni rispetto all’ambiente, ai costumi e all’ 'aria che si respira' arrivano dal teatro giapponese, dall’opera barocca ma anche da un mondo sacro, quasi che il regno di Hamm-Let fosse una cattedrale in rovina tra macerie di busti di Madonne.
Proseguendo il lavoro della compagnia sull’antinaturalismo e sull’artificio come devianza dal verosimile, ecco che i corpi tesi, le voci deformate, la scomposizione gestuale si sposano alla ricerca sui costumi e sul trucco fornendo l’accesso ad uno spettacolo poetico e crudele, dove si affonda nella carne viva, dove ancora e sempre sia l’emozione a veicolare il senso.
In un’intervista del 1989 Müller dice:
Tra il bene e il male ci deve essere uno spartiacque, magari anche un muro.
Ma quando il muro è assediato da una parte e dall’altra da una marea
indistinguibile,
quando niente è limpido nelle idee, quando la pressione cieca delle cose
è troppo forte,
il muro e la morale si rompono:
rimane qualcosa che bisogna per forza definire estetico,
una conoscenza oscura delle percezioni primarie che riguardano la vita e la morte,
la cocciuta speranza di strappare forme all’informe.
Questo sentimento è forse l’unico barlume di speranza
che possa illuminare la storia di questi anni e renderla comprensibile.
Foto (dall'alto in basso):
Riccardo Polignieri (1, 4, 5),
Alessandro Mattiolo (2, 3, 9),
Marc Carpentier (6),
Francesca Savini (7, 8).