La nostra "ricerca" (in questo senso e solo in questo amiamo definirci "compagnia di ricerca": perché ricerchiamo qualcosa) prova a ragionare al presente, con una tensione/riflessione contemporanea, sui nodi umani irrisolti ed universali che sono il cuore pulsante di certa drammaturgia classica (classica in quanto ideale e fondamentale, non necessariamente antica), dove hanno sicuramente per noi un posto d’onore autore quali l’amato Shakespeare, e poi Lorca, Camus, Genet, Lope de Vega, Buchner,... Ed in che modo cerchiamo di farlo?
In modo "naturale" diremmo:
- lavorando sui codici teatrali primitivi (e forse rivoluzionari oggi ?),
quali l'attore che agisce nello spazio sprigionando energia fisica e sonora;
capendo come farlo in modo da coniugare una densità emotiva con una
ricerca estetica che sia un traghettatore potenziato del testo; testo che
è un lavoro (in ascolto fedelissimo e ad un tempo necessariamente
irriverente dell’autore) di elaborazione del classico, contaminazione con
altri autori e in ultimo "senso" di ciò che ci urge dire
in questo o quello spettacolo. Lavoriamo su un teatro antinaturalistico ed
evocativo; un teatro “popolare”, che si prodighi per arrivare allo spettatore,
senza quarta parete, un teatro dove sia sempre l’emozione a veicolare il senso.
Il lavoro sulla vocalità, sulla parola insistita e scolpita, e
sull’espressività della maschera facciale e del gesto sono elementi
fondamentali nel percorso della compagnia.
- coniugando il lavoro sui codici con il nostro sentire e pensare che è
necessariamente nel presente, che sente l'urgenza e la responsabilità
di dover comunicare, che è militante nello stare alla larga
dall'imbarazzante "teatro da museo" così come dall’invadente
tradimento tecnologico del teatro carnale e basico che tanto amiamo.
Questo vorremmo essere e forse mai aderiremo completamente a quanto dichiariamo. Però possiamo affermare che in questa direzione si muove tutto il nostro lavoro, con ostinato rigore.
La nostra ricerca, lunga e difficile ma appassionante, cerca di negare al
teatro certi approcci cinematografici che non gli appartengono, recuperando
ciò che gli compete per convenzione: l’artificiosità di un momento
rituale estraneo al quotidiano; un tempo 'altro' in cui ci si riunisce – pubblico
e attori – per cercare 'il vero' nella finzione.
Giorgia Cerruti